Cronaca

Sentenza Rigopiano, la famiglia Feniello-“Mentre la giustizia cambia orientamento, noi condannati al dolore tutta la vita”

By Sud Tv

February 12, 2026

Valva. “Mentre nelle aule la giustizia discute di interpretazione del diritto e può cambiare orientamento, noi siamo stati condannati al dolore tutta vita”.

Recita così una missiva inviata alla stampa dalla famiglia di Stefano Feniello, il 28enne di Valva, deceduto il 18 gennaio 2017 insieme ad altre 28 persone, sotto le macerie dell’hotel Rigopiano di Farindola.

Parole di dolore quelle della famiglia Feniello che arrivano per il tramite del legale di fiducia, l’avvocato Camillo Graziano, all’indomani della sentenza sulla strage dell’hotel Rigopiano emessa ieri sera dal tribunale della Corte di Appello di Perugia che ha visto tre condanne, cinque assoluzioni e due prescrizioni.

Condannati a due anni gli ex dirigenti regionali Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Assolti l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, l’ex tecnico comunale Colangeli e i tre dirigenti regionali Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio e Emidio Primavera. Due prescrizioni per gli ex dirigenti della Provincia Di Blasio e D’Incecco.

“Sono passati nove anni da quando nostro figlio Stefano è morto sotto quella maledetta valanga in quel maledetto hotel insieme ad altre ventotto persone.

Nove anni di processi, di sentenze ribaltate, di decisioni cambiate, di responsabilità prima riconosciute e poi rimesse in discussione.

In questi anni abbiamo visto alternarsi giudici, collegi, valutazioni diverse sulla stessa identica tragedia. Ogni volta una verità nuova. Ogni volta un punto fermo che non era più fermo.

Ci dicono di attendere la motivazione. Ce lo ha spiegato anche il nostro legale, l’avvocato Camillo Graziano: bisogna leggere le ragioni tecniche della decisione e capire perché, ancora una volta, le conclusioni siano diverse da quelle precedenti. E sappiamo che non è finita, che ci sarà un altro passaggio in Cassazione.

Ma dopo nove anni ci sentiamo presi in giro.

Perché mentre nelle aule si discute e si cambia, la realtà è sempre la stessa: ventinove persone sono morte. Tra loro nostro figlio.

In aula abbiamo dovuto assistere alle lacrime di imputati assolti.

Noi piangiamo davanti alla fotografia di Stefano che non invecchierà mai.

Noi piangiamo davanti a una tomba.

Noi piangiamo da nove anni.

E continueremo a farlo per tutta la vita.

Ci chiediamo, con amarezza: tutti questi magistrati che in questi anni si sono succeduti e hanno ribaltato le loro decisioni, cosa avrebbero fatto se al posto delle vittime ci fossero stati i loro figli? Avrebbero accettato con la stessa freddezza questo continuo ribaltarsi di verità? Avrebbero sopportato nove anni di incertezza?

Noi abbiamo avuto la sensazione che in questa vicenda sia mancata l’umanità. Che il dolore sia rimasto fuori dalle aule, mentre dentro si discuteva solo di formule e interpretazioni.

La giustizia può permettersi di cambiare orientamento. Noi no.

La nostra vita si è fermata quel giorno.

Davanti a pene così minime possiamo solo augurarci che almeno queste reggano in Cassazione, perché non sappiamo quanto ancora si possa sopportare questo logoramento infinito.

Una sola verità che non cambia e non cambierà mai, purtroppo: la morte di nostro figlio”.

[di Mariateresa Conte]