Condanna definitiva per un 43enne originario di Eboli che, dopo aver consumato un pasto in un ristorante, si era rifiutato di pagare il conto minacciando i proprietari con un coltello.
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità dell’uomo, ritenendo che la sua condotta integri pienamente il reato di estorsione.
I giudici della Settima Sezione Penale hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, che chiedeva una riqualificazione del fatto nei reati meno gravi di insolvenza fraudolenta e minaccia. Nel ricorso era stata inoltre avanzata la richiesta di riconoscere l’attenuante della “lieve entità” del fatto, prevista a seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale del 2023.
La Suprema Corte ha però respinto integralmente la tesi difensiva, sottolineando come l’utilizzo di un’arma per ottenere un ingiusto profitto – in questo caso consumare il pasto senza pagare – costituisca a tutti gli effetti un episodio di estorsione. Secondo i magistrati, il ricorso si limitava a riproporre le stesse argomentazioni già bocciate in appello, senza contestare in maniera concreta le motivazioni della sentenza di secondo grado.
Respinta anche la richiesta di riduzione della pena per la lieve entità del fatto. La Cassazione ha infatti precisato che tale istanza non può essere avanzata per la prima volta nel giudizio di legittimità se non già discussa davanti ai giudici di merito.



