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Vassallo: sedici anni di veleni, depistaggi e stallo giudiziario per l’omicidio del Sindaco Pescatore

Angelo Vassallo: la commissione antimafia ad Acciaroli

La notte del 5 settembre 2010 non si è mai davvero conclusa.

È rimasta incastrata tra le curve scure della strada che sale verso Acciaroli, sospesa nel buio di un’auto lasciata con il motore acceso e sette proiettili piantati nel corpo di un uomo che aveva commesso la colpa imperdonabile di non girarsi dall’altra parte.

Oggi il calendario segna l’ennesimo anniversario della scomparsa di Angelo Vassallo, ma l’orologio della giustizia italiana sembra essersi fermato a quella sera di fine estate, bloccato in un ingranaggio infernale fatto di piste svanite nel nulla, veleni incrociati, ombre istituzionali e una sconcertante sensazione di impotenza.

Parlare di anniversario, di fronte a un delitto ancora privo di colpevoli certi, suona come un esercizio retorico a cui questa terra non può più prestare il fianco. La verità sul Sindaco Pescatore non è una conquista arrivata con il tempo, ma un debito morale che lo Stato continua a non saldare.

Dietro la figura del primo cittadino che difendeva il mare con la tenacia dei giusti c’è sempre stata una trama assai più oscura: un intreccio venefico che affonda le radici nel traffico di stupefacenti sul molo di Acciaroli.

Vassallo non è stato ucciso per una lite d’impeto. È stato giustiziato con la freddezza di un’esecuzione mafiosa perché si era messo di traverso lungo la rotta della cocaina e degli affari sporchi che inquinavano la movida della sua marina.

Aveva confidato di aver scoperto cose che non avrebbe mai voluto vedere e si preparava a consegnare un’informativa ai Carabinieri. Ma la sua corsa è stata azzerata da nove colpi di pistola calibro nove per ventuno esplosi da mani esperte, capaci poi di far sparire l’arma nel nulla.

Ciò che è accaduto dopo l’agguato è ancora più inquietante. Per oltre un decennio l’inchiesta si è trascinata tra sospetti di depistaggi e anomalie che hanno rallentato ogni accertamento.

Le attenzioni della DDA si sono concentrate su apparati deviati e malavita: tra le figure chiave il colonnello dell’Arma Fabio Cagnazzo, accusato di aver orchestrato un’opera di depistaggio subito dopo il delitto. Eppure, nel labirinto delle aule giudiziarie, il recente proscioglimento dell’ufficiale in sede di udienza preliminare, affiancato dall’assoluzione in abbreviato per altri indagati e dal rinvio a giudizio per sole due figure, ha riaperto ferite mai ricucite. Il ricorso in appello presentato dalla Procura conferma una sola realtà: il quadro resta sfilacciato e dolorosamente incompleto.

Come se non bastasse, la vicenda si è arricchita di paradossi paralizzanti. Le denunce per diffamazione e la condanna civile a carico dei fratelli Dario e Massimo Vassallo, unitamente a giornalisti ed emittenti televisive per le accuse mosse negli anni all’ufficiale prosciolto, rappresentano il simbolo plastico di un sistema capovolto, dove chi chiede verità a gran voce rischia di pagare il conto più amaro.

La Fondazione intitolata al sindaco ha combattuto ogni giorno contro il muro di gomma che ha protetto complici e mandanti, ma la rabbia civile non può colmare il vuoto lasciato da chi non ha saputo assicurare i colpevoli alla giustizia.

Guardare oggi al caso Vassallo significa osservare un gigantesco monumento allo stallo. Il prossimo novembre segnerà la ripresa del processo davanti alla Corte d’Assise di Salerno per i soli imputati rinviati a giudizio, l’ennesima ed estenuante tappa di una maratona dall’esito incerto.

Non possono esserci celebrazioni di facciata per un uomo lasciato solo di fronte al crimine. Ricordare Angelo Vassallo oggi significa pretendere rigore e gridare che l’Italia non può convivere con questo fallimento: finché non ci sarà una sentenza definitiva, la sua morte rimarrà una ferita aperta nel cuore della democrazia.

Erika Noschese