«Non eroi, ma uomini semplici. Pastori, contadini, donne ferite, madri che aspettano»: sono le parole dello stesso autore a introdurre il mondo di Gianlivio Fasciano, scrittore nato a Termoli nel 1974, avvocato giuslavorista tra Napoli e Parigi, voce letteraria cresciuta tra il Sud e l’Europa. Il suo “Mi chiamo ruggine”, edito da Castelvecchi, si è aggiudicato il Premio Selezione Bancarella 2026, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del panorama letterario italiano.
Un romanzo scritto, come racconta l’autore stesso, «nella lingua in cui sono cresciuto: un italiano che si lascia attraversare dal dialetto, dalla cadenza del Sud, dalle parole che non hanno traduzione ma contengono un mondo». Una scelta stilistica che non è solo estetica, ma profondamente etica. Perché per Fasciano «scrivere è un atto di giustizia: rimettere al centro chi è stato ai margini, restituire la parola ai dimenticati». Una dichiarazione di poetica che attraversa ogni pagina del romanzo e ne definisce il respiro più autentico.
Il protagonista si chiama Pierre Rousseau: un nome falso, scelto per seppellire il passato e rinascere come legionario. Inizia così un viaggio spietato e struggente all’interno della Legione Straniera: dalla caserma di Aubagne alle foreste della Guyana Francese, in un crescendo di disciplina, violenza e smarrimento. Pierre perde ogni contorno di civiltà per aderire alla legge del branco, alle sue gerarchie primitive e ai suoi riti oscuri. Ma il vero conflitto non è fuori, è dentro: tra il ragazzo che era e l’uomo che sta diventando, tra l’innocenza e il sangue, tra il ricordo e la cancellazione. Una metamorfosi raccontata senza sconti, senza redenzioni facili, senza eroi.
A sorreggere questo viaggio epico è una lingua densa, feroce e poetica, che il critico Filippo La Porta definisce di «espressività barocca», capace di ricordare che «la letteratura è soprattutto una forma di conoscenza». Un giudizio che coglie con precisione la cifra stilistica di Fasciano: scrittore che ha lavorato anche per il teatro e il cinema, collaborando con attori e registi, e che porta in pagina quella stessa capacità di costruire immagini potenti e dialoghi che bruciano.
“Mi chiamo ruggine” è una riflessione radicale sull’identità, sull’appartenenza, sull’orrore e sul bisogno disperato di essere accettati. Un romanzo la cui lettura non sfiora: penetra, brucia. E Resta.



